breakzoone

appunti, coccole, carezze, schiaffi, graffi, pensierini effimimeri e fluttuanti di afc per architetturaamica.it e architetturaper.it

domenica, 22 gennaio 2006

LUCULLO MANGIA DA LUCULLO. La traduzione di questa celebre frase potrebbe essere anche questa “ Lucullo, cena da Lucullo”. Ovviamente non cambia granché. Da cosa nasce? Era successo che il generale romano, gastronomo, epicureo, Lucullo cenava da solo e i suo cuoco imbandì una cena modesta –secondo gli standard di Lucullo ovviamente-. Il cuoco che ovviamente per ciò venne rimproverato dal suo padrone, si difese dicendo che non c’erano ospiti a cena. Lucullo rispose quindi: “… questa sera, Lucullo cena da Lucullo.” Chiaro no? Il senso è che la qualità è un dato oggettivo, indipendente da chi la fruisce, ma dipendente dalla cultura di chi la definisce. In questo caso Lucullo definisce la qualità della cena indipendentemente da chi la mangia e, soprattutto, dalla celebrazione narcisistica dell’ospite e delle circostanze dell’ospitalità. Ma Lucullo era Lucullo e non certo certi architetti di oggi che vedono il proprio lavoro come una scusa per una nuova autocelebrazione, sottoposta al giudizio sempre generosamente gratificante di gente come loro. Tra di loro si lodano e tra di loro s’imbrodano.

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giovedì, 05 gennaio 2006

MUCH ADO ABOUT NOTHING

Per quel poco che già si sa, si sa che sono architetto.
Ma, confesso ancora una volta. Se già non si fosse capito: non amo affatto il mondo stereotipato degli architetti ed il loro diffusissimo, convenzionale, borioso e artefatto modo di atteggiarsi, rappresentarsi, relazionarsi ecc.

Per chi non lo sapesse ancora, ricordo che lo sputtanamento che per il nostro modo vederci strameritiamo è vecchio più di 2500 anni. Noi ci vantiamo di Ippodamo di Mileto, “celebre” “primo” urbanista con la fissa della squadretta. Ebbene, noi sappiamo dell’esistenza di questo personaggiio, per più di un aspetto, ahime, archetipo di architetto, solo attaverso la patetica descrizione che ne fa Aristotele nella politica, il quale tra parentesi ricorda: “(…divenuto anche per il resto del suo modo di vivere assai borioso per ambizione così da parere ad alcuni di vivere con troppa ricercatezza, per la gran quantità ed i ricchi ornamenti della sua chioma, ed ancora delle vesti, semplici certo, ma ben calde, e non solo nell’inverno ma anche nei periodi estivi, e per la sua voglia di essere un erudito anche su tutta quanta la natura)”. Cfr ‘I presocratici’, BUR, 1995, pag. 455.

Proviamo a fare qualche aggiustamento ed attualizzazione, e sicuramente troviamo la descrizione ridicola di molti noi.
E,così, tanto per esempio, è successo che un tal prof. è stato vittima per eccesso di zelo architettese di un bel pasticcio di rete.
Il fatto.
Insieme ad un invito per un incontro organizzato dal dinamico docente, complici, probabilmente, l’intrecciarsi di comunicazioni augurali di fine anno, finisce in rete e nel mucchio incrociato delle mailing-list anche qualcosa di personale. Forse non sarebbe accaduto niente se gli architetti –molti dei quali illustri- abituali destinatari delle missive del simpatico mittente, non si fossero comportati da architetti nell’accezione “ippodamidea”, lasciando cadere nel nulla quello che a qualsiasi comune intelligenza appariva da subito come un banale “errore” web. Ma gli architetti, indignati e zelanti hanno rimandato al mittente le fastidiose multiple comunicazioni, segnalando l’inconveniente e, con il risultato che dio solo sa in quanti nel mondo sono venuti a conoscenza dell’ordinario privato del malcapitato e dei modesti pensierini di risentimento dei destinatari.
Domanda aristotelica dunque:
Siamo solo dei costruttori di benessere ambientale e tavvolta estetico, o delle vere e irriducibili teste di c. da tempo immemorabile?



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lunedì, 26 dicembre 2005

BABBI NATALI SPIETATI

Il Babbo Natale vero, lieve, impalpabile, inafferrabile, dei sogni, cuori, occhi più o meno incantati dei bimbi che vivono nel mondo che può, ha già fatto il suo lavoro delle piccole gioie e delle piccole delusioni comandate e convenzionali.
Non può più nuocere quindi parlar male dei mille babbi natali che si materializzano ad uso e consumo, per effetto delle mille azioni grevi degli adulti.
Mi chiedo però. Perché deve essere, ed è, vista come positiva e buona l’immagine di un vecchio esageratamente obeso e goffo?

I ghiacci si sciolgono, i Natali si scaldano, ma i Babbinatali si coprono. Mai come quest’anno, dopo tanti anni di domestica e festosa lascivia, i babbinatali nel modello ex coscialunga sono stati così coperti. Peccato perché noi del genere sporcaccione ci avevamo preso gusto al mitico guidatore supersonico di slitta volante a reazione di stelline in versione glutei tondi in bellavista.
Pazienza, non ci resta che prendere atto degli esiti delle nuove direttive morali, confidando nel prossimo avvicendamento dentro i corsi e ricorsi delle storie.

Scarseggiano pure i babbinatale da foto ricordo. Abbondano invece quelli pupazzo.

Ho visto un bambino quest’anno, terrorizzato, rifiutarsi di entrare con la mamma in un negozio che in segno di auguri, si supponga, esponeva un gigantesco babbonatale robot che muoveva testa, braccia e sedere, come se stesse camminando.

Non so se ovunque nel mondo, in Europa, in Italia è lo stesso, ma qui al sole del mediterraneo è esplosa una moda incredibile e incontenibile di pupazzi di babbo natale più o meno automatizzati. Se ne vedono, ovviamente nei soli classici colori, di tutti i tipi: grandi, medi, piccoli, di plastica, plastica e peluche, plastica e stoffe, ecc.
Finiscono ovunque: nei negozi, agli angoli di strada, vicino agli ambulanti più vari e ovviamente di addobbi natalizi, davanti alle finestre ed ai balconi. Ne ho visti, inverosimilmente grassi e culi osceni, che si arrampicavano su una scala a pioli in dotazione; dondolarsi realisticamente sull’altalena; uno che come un ladro –babbo natale alla rovescia- cercava di scavalcare una cancellata; e un altro un balcone come un Romeo per la sua Giulietta.

Che centra tutto ciò con l’architettura? Forse niente, o forse tantissimo come il roast-beef in “Ornamento e delitto” di A. Loos.

Buon natale. Ma diversamente.

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giovedì, 10 novembre 2005

PALAZZI DELL’INCIVILTA’ ITALIANA

Alcuni giorni fa c’è stata una protesta del mondo dello spettacolo contro un provvedimento per ridurre le sovvenzioni pubbliche ad esso destinate.
Giusto o sbagliato il provvedimento e giusta o sbagliata la protesta, non mi interessa.
Il punto è un altro: il modo come se ne sono occupati i giornali. Titoli importanti per dire del disprezzo delle istituzioni per la cultura, o meglio, per l’arte. Titoli che lasciavano capire una equivalenza molto semplificata ed approssimativa tra spettacolo ed arte. Isomma a fidarsi dei titoli dei maggiori giornali italiani e anche dei testi degli articoli, si era portati a credere che l’arte in Italia fosse solo il teatro e il cinema. Ora non è sorprendente che i giornalisti che di regola, hanno solo una discreta dimestichezza con tastiere ed espressione scritta, credano che l’arte sia riconducibile solo al teatro o al cinema o alla musica classica e alla lirica. Però, per tutti gli altri che hanno una mente più aperta e non si svagano solo andando al cinema e al teatro o a deliziarsi le orecchie di lamenti arcaici dopo cena, ciò è quantomeno irritante.
Per non annoiare, mi limito a ricordare che, come è scritto sul vituperato frontone “fascista” del Palazzo della civiltà italiana all’EUR di Roma, tra le arti vanno pure annoverate: architettura, scultura, pittura, poesia. E, chissà che non sarebbe più giusto riclassificare le “arti” dello spettacolo nel puro intrattenimento, come la maggior parte della TV per esempio.
E poi, perché cinema, teatro, musica classica e affine, andrebbe sovvenzionata con denaro pubblico e invece architettura, scultura, pittura, poesia, no?
Bisognerebbe chiederlo ai palazzi dell’inci-viltà.



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BUFFET ELEGANTI E BUFFET PEZZENTI

La famosa ...letter scopre da 30 gg la famosa crisi dell'università e delle facoltà d'architettura italiana nello specifico, si innamorano e hanno anche dei figli storpi ovviamente.
Io sono tra i dementi/dementi, prove alla mano in ogni senso (demente), che ha scoperto tale disastro alcuni anni fa e nel suo minuscolo ne ha parlato. Ma chi se ne frega. Le paranoie debbono avere un fine, non un scopo. Io sognavo uno scopo, i culicamicia della ...letter hanno un fine -rosicchia, rosicchia e qualcosa in pancia ti rimane. Dicevano i fiorentini con la seconda elementare - quelli che sarebbero piaciuti a Pasolini- si mangia tre volte al giorno. Quindi tutti dobbiamo mangiare, io che non tocco nessuno, come una chiesetta circondata da 4 strade, e i ruffiani intellettuali della ...letter. Purtroppo odio i buffet, resto sempre in fila e non mangio mai. Per i buffet bisogna esserci portati. I buffet dei signori sono sovrabbondanti e si può essere elegantemente inappetenti, quelli dei pezzenti, striminziti e bisogna sgomitare come accattoni senza stile e dignità per sfamarsi. Senza sovrabbondanza il buffet è miseria.
Però, intendiamoci, c'è chi onestamente riesce a vederci oltre le nebbie del caso, dell'ignoranza o degli interessi. Quindi è giusto, anzi necessario, continuare a leggerla quella cosa elettronica che sembra scritta su un rotolone di carta igienica da quando è lunga per non scontentare amici e amici degli amici.

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lunedì, 07 novembre 2005

BAN-d-LIEUE

Noi architetti italiani corriamo il rischio di cavalcare, interessatamente ma ingenuamente, le peggiori semplificazioni giornalistiche, sociologiche economiche e politiche sulla rivolta delle periferie francesi.
Rischiamo di prendere spunto dalla dichiarazione del leader del centro sinistra pro riqualificazione delle periferie italiane per cascarci l’ennesima volta. Come se la riqualificazione che può avere in testa la rozza classe politica italiana possa muovere da profonde e sentite aspirazioni ad una qualche idea “estetica” utile alle persone e alla loro emancipazione esistenziale, tale da richiedere l’intervento della cultura architettonica contemporanea.
O come se alla fine per una qualche misteriosamente favorevole congiuntura ci si chiamasse davvero a metterci a lavoro per dare senso e valore alle nostre pessime periferie e poi noi fossimo davvero in grado di dare una risposta utile.
Sarebbe bello, ma non vero. Perché non siamo assolutamente in grado di reinventare stimoli estetici e caratteri funzionali in grado di ridare anima e senso alle terre di nessuno, spesso generate dalle generazioni di architetti che ci hanno preceduto, ci sono stati insegnanti e hanno firmato i nostri libretti e i nostri diplomi di laurea, che ancora continuano spesso a farlo e dai quali, in effetti, mai abbiamo veramente preso le distanze. E che in fin dei conti hanno ancora tanto di quel catramoso potere e relazioni che saranno sempre lor signori, se mai, a rimettere le mani sui loro medesimi errori per far finta di porvi rimedio e far sul serio ad intascare -e ridistribuire- le parcelle.

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giovedì, 13 ottobre 2005

SPETTEGOLANDO!

Quella originale lettera elettronica, settimanale o quindicinale che sia, che molti di noi ricevono volentieri, anche se non sempre esplicitamente richiesta, è piena zeppa di cognomi. Ciò in un primo momento –per la verità durato un anno intero, come la storia dell’uomo nero- mi ha dato fastidio. L’ho letto come l’iperbole all’ennesima potenza dell’autocelebrazione, e della celebrazione degli amici –e degli amici degli amici- spesso sconosciuti peggio di me stesso, ma per qualche oscuro a me motivo meritevoli di un seppur modesto onore di cronaca. Insomma la solita solfa degli architetti italiani per loro colpa votati al fiasco che se la tirano per darsi un effimero contegno tra di loro medesimi.
Però confesso la leggo, non tutta –visto quanto è lunga, sarebbe impossibile pure per il vero uomo di buonavolontà com’io non sono- ma abbastanza per farmenene un’idea più chiara del precedente pregiudizio.
Conclusione. Ho capito che si tratta di un utile strumento di conoscenza del gossip raffinato e colto del mondo, sconosciuto ai più, dell’architettura contemporanaea del nostro bel strapaese. Peccato che ancora non ci sono le foto: mi piacerebbe vedere le tette delle colleghe e le natiche dei colleghi mentre progettano o teorizzano al sole di qualche esotica località.

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lunedì, 10 ottobre 2005

Tempo di primarie. Peppone - Don Camillo, 0 a 0.

Tra le opere di architettura in Italia, segnalate negli ultimi 4 anni, abbiamo:
una certa quantità di chiese tra le quali almeno due importanti in se e per griffe –la Dives misericordia di R. Meier a Roma e il santuario di Padre Pio a San Giovannni Rotondo di R. Piano- ultimate rispettivamente nel 2003 e nel 2004;
due camposanti, quello di Pratello, Imola, di Alessandro Contavalli e altri, completato nel 2001 –Architetti, n.9/2005- e quello di Armea, Sanremo, dei giovani Amoretti & Calvi, completato nel 2003 - http://www.arcspace.com/architects/amoretticalvi/;
un sarcofago monumentale moderno per proteggere un’altare monumentale antico –Ara Pacis, ancora di Meier a Roma (2005);
una curiosa piazza dedicata alla tre religioni monoteiste a Manduria in provincia di Taranto, che ha meritato l’onore della cronaca su una nota news letter per architetti.

Se ne dovrebbe dedurre che il nostro è un paese di zombi, danzanti sullo sfondo dell’aldilà, visto il quasi zero per la residenza e le varie necessità laiche. E’ superfluo dire che un tale rapporto è assolutamente assente altrove, dove le proporzioni risultano più che rovesciate. Zero palazzi per la trascendenza, 100% architettura per l’immanenza.
Sembra incredibile. Da un lato un papa che fedele al suo mestiere, lancia continuamente anatemi contro la laicizzazione presunta della società italiana, dall’altro una società nei fatti china su una religiosità di stato vera o di comodo, che smarrito il verbo di Mosca, riconosce ora solo il verbo del Vaticano. Basta con le case del popolo e Peppone, si ritorna alle canoniche e don Camillo. Tutti superintegralisti fermamente convinti di combattere l’integralismo di segno contrario.

I templi restano templi qualsiasi cosa contengano al loro interno o propagandino, perciò i templi del rock o quelli dell’arte contemporanea se vissuti religiosamente non sono alla fine diversi da quelli delle religioni classiche. Perciò il punto è un altro. Ovvero: quanta conservazione profonda si cela dietro gli esiti esteticamente contemporanei di tali tipologie architettoniche?

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domenica, 09 ottobre 2005

MODERNO, A CHI? Direbbe TOTO' !

Se uno dice, nuova modernità, ha l’obbligo di spiegarlo. (ha il dovere di spiegarsi)
Innanzitutto, iniziamo col dire che i termini: moderno, modernità, modernamente, modernizzare, vanno presi per il loro significato letterale corrente. Per il significato loro assegnato dai vocabolari, per essere precisi. E’ ovvio, ma ricordarlo non guasta. Secondo nessuno di questi va confuso con modernismo, modernista, modernistico, modern style, che nell’ambito dello stessa famiglia di significati lessicali (significato letterale corrente) si riferiscono a tendenze o movimenti di idee, religiosi, sociali, artistici ben circoscritti tematicamente e cronologicamente, come per esempio il modernismo cattolico, il modernismo catalano, il liberty, ecc. Quindi, teniamo ben separati i due gruppi di vocaboli.
Quindi. Nuova modernità, non ha nulla, ma proprio niente assolutamente, a che vedere con, per esempio, nuovo modernismo (ammesso che esista).
Così, per avere le idee ancora più chiare, ricordiamo i significati fondamentali delle parole: moderno, modernità, modernamente, modernizzare, come ce li propongono G. Devoto e G.C. Oli.
Moderno:
- Aggettivo. Appartenente o riconducibile al tempo presente o al più recente, specialmente in quanto ambito di partecipazione diretta o di interessi attuali: la lingua moderna; le moderne istituzioni; i moderni ritrovati della scienza e della tecnica; particolarmente, proprio del patrimonio di civiltà e cultura dei nostri tempi: la musica moderna, la pittura moderna. – Che riflette lo spirito, i caratteri, le tendenze, i gusti dei nostri tempi, o a essi si conforma: usi, costumi moderni; un uomo moderno; una donna moderna.
- Sostantivo. Chi o quanto può essere considerato come protagonista o segno della attuale vicenda umana: studiare i moderni; disprezzare i moderni.
[Dal latino tardo modernus, derivazione dell’avverbio modo ‘or ora, recentemente’].
Modernità:
- Sostantivo. Indice, per lo più ben definito ed evidente, di una notevole consonanza con lo spirito e il gusto dei tempi attuali: la modernità della dottrina socratica.

Moderno e modernità, sono termini attinenti il significato di:
a) al tempo presente o più recente;
b) patrimonio di civiltà e cultura dei nostri tempi;
c) che riflette lo spirito, i caratteri, le tendenze, i gusti dei nostri tempi, o a essi si conforma;
d) protagonista o segno della attuale vicenda umana;
e) consonanza con lo spirito e il gusto dei tempi attuali;
f) segno della attuale vicenda umana.

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martedì, 04 ottobre 2005

MULINI AD ACQUA, MULINI A VENTO E ARCHITETTI PELLEGRINI.

E’ penoso dover costatare che, di qua e di la delle fittizie trincee, primi fra tutti coloro che rivendicano innocua libertà di critica, operano solo e soltanto per portare acqua al proprio mulino con i propri mugnai e panettieri. O catturare vento per altri mugnai e panettieri, ma la farina non cambia. Critica si, ma educata, molto educata, troppo educata e soprattutto alla larga dall’oggetto da criticare. Al più qualche anacronistico pregiudizio rispolverato tanto per far finta di sparare sull’avversario.
Nessuna differenza: solo o mulini ad acqua o mulini a vento.
Il più meschino profilo della bassa politica si è ormai da tempo impadronito dell’interesse intorno all’architettura contemporanea italiana dove, in fin dei conti, sembrano fronteggiarsi sul nulla, ma per briciole o fettine di potere progettuale o neoaccademico, un paio di lobby che contano meno di un centinaio di militanti e poco più di un migliaio di seguaci/simpatizzanti –praticamente o apostoli o fedeli- ciascuna. Gramignai che crescono sull’humus molle di una progettualità e consapevolezza intellettuale ai minimi termini, licenziata dallo stuolo di professorucoli che popolano le facoltà d’architettura nazionali.
Del resto, si e’ ormai alla farsa, di un nuovo millenarismo, con architetti –o meglio, laureati in architettura- pellegrini verso i luoghi santi d’Europa dell’architettura d’avanguardia. Si badi, non viaggi culturali emancipati per allargare orizzonti della mente e della sensibilità, ma puri e semplici viaggi della speranza, guidati da predicatori che parlano volutamente in latino a compagni di viaggio incapaci di comprendere persino il loro stesso volgare. Costoro non solo visitano in religioso timore, in attesa di una qualche grazia creativa, i presunti templi della forma architettonica d’avanguardia, ma mendicano udienze salvifiche ai luminosi spiriti tutelari del luogo. Mi ha detto, non molto fa, una architetta cinquantenne impegnatissima sul fronte della divulgazione del verbo riconosciuto: “Siamo stati, che bello, nello studio di Zaha Hadid, lo studio sembra un appartamento normale … no, ma Lei non c’era…” Che delusione non poter toccare le miracolose mani segnate di grazia della santa donna! Ma qualcuno, per inciso, ha mai provato a dire qualcosa di serio sulle architetture della Hadid? Qualcosa che non sembrasse dettato dal responsabile delle relazioni esterne?
Amsterdam come Lourdes, Berlino come Fatima. Londra come San Giovanni Rotondo. Viviamo nel tempo dei treni bianchi dell’architettura contemporanea zeppi di architetti storpi. Che ciechi sono partiti e ciechi, come vuole la regola, sono tornati. Il MIRACOLO? Al prossimo viaggio, alla prossima estate, salvo approvazione dell’agenzia Propaganda Fide per l’architettura contemporanea.
Nel frattempo la APT -Architetti Pellegrini Travels- vi invita a prenotare il vostro prossimo viaggio per una delle future mete.
Alla fine il cerchio si chiude con le reliquie fotografiche riportate dal viaggio, mostrate in deprimenti ed inconcludenti conferenze per stupire i futuri adepti bisognosi di credere. E la ruota del mulino giostra gira ancora, sia spinta dall’acqua che dal vento.

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Eccomi

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Ho studiato a Firenze, dove mi sono laureato con una tesi in tecnologia dell'architettura che mi ha fruttato il mio primo lavoro presso una casa editrice del settore. Penso però che la tecnologia sia bellissima se a servizio delle idee di architetttura, soprattutto spazi, emozioni e possibilità di fruizione, e non viceversa. Vivo da molti anni a Catania. Da dove a volte vorrei andar via, ma il clima, molte persone e le notti catanesi sono bellissime ... Mi occupo di progetto architettonico. Ho scritto brevi saggi e numerosi articoli per argomenti di architettura contemporanea e tecnologia. Ho fondato e curo le riviste digitali architetturaamica.it e architetturaper.it Purtroppo non riesco a nascondere ciò che penso e non mi pento delle critiche spesso per niente diplomatiche, ma sempre sincere ed appassionate.

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